Incontri ravvicinati a Mediaset…

Sandro Busolo

Qualche giorno fa sono andato a fare un provino per partecipare ad una trasmissione tv, stranamente in orario, felicità a valanghe!

Alla convocazione telefonica mi ero fatto mettere nel primo turno la mattina, così da sbrigarmela in fretta per poi poter andare a fare una visita medica, quindi non mi aspettavo di incontrare persone conosciute e ad ogni modo ero proiettato più alla buona riuscita dell’audizione, ma non appena entro nella sala d’attesa per i casting a prendere il mio modulo da compilare… “ciao Sandro”.

Mi giro e con grande sorpresa trovo seduto lì vicino un ragazzo che fatalità mi era tornato in mente qualche giorno prima e che dai tempi del liceo turbava i miei pensieri.

Il mio livello di felicità si alza ulteriormente, mi avvicino a lui, faccio due chiacchiere, già mi immagino di rivederlo poi, di essere diventato magicamente il suo tipo dopo tanto tempo passato a…

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Tutta colpa di Wolframio (III parte)

Fabrizio si era trasferito nel palazzo agli inizi di settembre. L’appartamentino gli era subito piaciuto: piccolo, luminoso, silenzioso. I primi giorni li aveva dedicati a scoprire il quartiere. Il pomeriggio, dopo il lavoro, era solito girovagare nelle strade attorno al suo palazzo o trascorrere qualche ora a godersi l’ombra dei platani che adornavano il lungo viale su cui si affacciava il caseggiato.C’erano due caffè niente male, in particolare uno dove aveva preso l’abitudine di andare a fare colazione prima di recarsi a lavoro. Gestito da un ragazzo sui vent’anni, sfornava, al mattino, della pasticceria deliziosa.

Quel pomeriggio stava seduto su una panchina ad ascoltare musica, immerso nei suoi pensieri quando una donna, bionda, alta, magra con una brutta cicatrice sul braccio sinistro gli si parò davanti dicendo: “Insomma, me la vuoi dare una mano, sì o no?”

Fabrizio fu riportato rapidamente alla realtà e guardandola in faccia disse: “Se mi dici come, posso anche pensarci”

La donna, vestita con un’ampia gonna a fiori ed una maglietta turchese fatta ad uncinetto, gli disse di seguirla, senza dare ulteriori spiegazioni. Due traverse più in là si fermò di botto e disse: “Lo senti anche tu il miagolio, vero?”

Effettivamente da sotto uno dei bidoni dell’immondizia arrivava un miagolio flebile che si sentiva solo perché nella strada in quel momento non c’era traffico.

“Devi aiutarmi a tirarlo fuori di lì” disse la donna, “Io non ci riesco”

Fabrizio non se lo fece ripetere due volte, le affidò il suo zaino e si inginocchiò davanti al cassonetto. Allungò la mano e cominciò a muovere le dita. Qualche secondo dopo il gattino era stato tirato fuori. Una palletta di pelo nero, anche abbastanza sporco, ma pareva sano e pieno di vita. Fabrizio si rialzò e passò l’animale alla ragazza, che cominciò a ripulirlo con delle salviettine umidificate.

Fabrizio si risistemò alla meglio, si fece dare una salviettina a sua volta e si pulì alla men peggio dello sporco che gli si era attaccato sul braccio.

“Nemmeno ci siamo presentati. Io sono Fabrizio, piacere”

“Piacere – rispose la donna – Valentina. Ed il micio che hai salvato si chiamerà Wolframio, che ne pensi?”

“Nome particolare per un gatto, direi.”

“Beh, mi piace il suono, sa di Walhalla, di mitologia nordica. E poi lui è grigio nero, proprio come il metallo”

“Come mai sai tante cose di chimica?” chiese Fabrizio.

“Passione”, rispose lei. Poi proseguì: “Abitiamo nello stesso palazzo. Ti ho visto traslocare nei giorni scorsi, sei nelle mansarde all’ultimo piano, vero?”

“Sì, vero. Abito lì da meno di una decina di giorni.”

Mentre parlavano a Fabrizio squillò il telefono. Guardo il nome e rifiutò la chiamata.

“Che fai non rispondi?”

“Magari richiamo dopo”. Neppure aveva finito di dirlo che il telefono squillò nuovamente.

“Pronto? No no, ho riattaccato io Paolo, sono con un’amica. Ci sentiamo dopo, ok? Ti amo anch’io… Ciao ciao, bacione!”

“Era il tuo amore e hai riattaccato il telefono? Ahi, mi sa che stasera ti tocca pagare pegno” fece Valentina sorridendo.

Fabrizio arrossì e cerco di farfugliare qualcosa.

“Tranquillo, qualche sera, se vi va, tu Paolo io e la mia Monica possiamo vederci in un localino qui vicino per una cena di benvenuto”

“Quindi anche tu della compagnia?”

“Oh, certo. Ed anche il tizio sulla soglia della sauna. È dall’inizio che sta a guardarti. Forse non è il tuo tipo, ma almeno un sorriso puoi farglielo”

Fabrizio si girò attorno e sorrise all’uomo di cui parlava Valentina. Assolutamente niente male, alto, massiccio, barbuto, ma lui era fedele al suo Paoletto.
“Che dici ci avviamo verso casa? Vorrei lavarmi per bene, non si sa che schifezze possono esserci là sotto.”

“Sì, andiamo. Passiamo solo un attimo al negozio di animali sul viale a prendere del cibo per Wolframio”

“Ti accompagno volentieri.”

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[…]

Donna Laura e i suoi tre uomini. Fine

Laura era nel suo laboratorio, come sempre. Camice non più bianco, occhialoni protettivi, mascherina e guanti in nitrile. Stava aiutando un paio di studenti a montare un apparato per la distillazione. Una studentessa le fece notare la presenza dei due sulla soglia. Laura fece cenno di aspettare, quindi terminò di aiutare gli studenti.

Qualche minuto dopo si liberò dei dispositivi di sicurezza, appese il camice all’attaccapanni e si avviò con i due verso il suo studio.

“Massimo, ma non avevi giurato che mai più avresti messo piede nel mio laboratorio. Qual buon vento ti porta qui?” disse la donna sorridendo.

“Laura, io tecnicamente non ho messo piede nel tuo laboratorio. Mi sono arrestato sulla sua soglia”, rispose Massimo ridendo.

“Entrate pure” continuò lei facendo strada al suo studio. Un ufficio di tre metri per quattro con una scrivania inondata di carte, due sedie altrettanto ingombre, due armadi ed uno schedario. Liberarono le due sedie poggiando tutto sullo schedario.

La scena sembrava quella di un esame e, forse, lo era davvero.

“Mamma, manca qualcuno a dire il vero.”

“Chi? Chi altri?”

“Manca Ernesto, mamma”

“E di grazia, cosa c’entra Ernesto”

“Chiamalo col telefono interno, per favore”

Pochi istanti dopo Ernesto era lì. Massimo gli cedette volentieri la sua sedia e chiese a Laura se fosse ancora possibile fumare negli studi. Laura disse che poteva e si accese quindi una sigaretta.

“Allora Simone, cos’hai da dirmi? Come mai hai voluto che Ernesto fosse qui?”

Simone fece un profondo respiro e con molta calma disse:  “Ernesto ed io ci amiamo. Sono sei mesi che ci frequentiamo.”

La donna rimase sorpresa e guardando Ernesto disse: “Anche tu gay? Ma allora me li vado davvero a cercare.” Poi guardo Massimo e scoppiò a ridere. “Non mi bastava mio figlio ed il mio ex capo ricercatore preferito.”

Ernesto arrossì. In genere era una persona silenziosa, quasi timida, l’opposto di Simone, rumoroso anche quando dormiva.

“Simone caro, che tu fossi innamorato di Ernesto lo avevo capito da un pezzo. Bastava guardare la tua faccia quando pronunciavo il suo nome, facevi gli occhi da triglia, dite ancora così voi giovani? Solo che non immaginavo che Ernesto ricambiasse il tuo amore. Scusa Ernesto, ma fuori dal laboratorio conosco davvero poco di te. So che ami la musica classica, che vai a teatro, ma poco altro. So però quello che mi basta per dire che a Denver sarai un ottimo docente, hai tutte le carte in regola.”

“Professoressa”, fece per dire il giovane ricercatore, ma Laura lo fermò: “Chiamami Laura e dammi pure del tu, vista la situazione”

“Ok, Laura – fece lui arrossendo – ti confermo il mio amore per tuo figlio. E ti ringrazio di aver pensato a me per la docenza a Denver.”

Massimo, col suo solito sarcasmo si intromise nella discussione in contropiede: “Cazzo, la finite con questo minuetto? E biribì e biribà. E blah blah blah. Laura, in breve, questi due hanno bisogno di stare assieme e forse tu saprai tutto della sintesi organica assistita da microonde o della green chemistry, ma ignori probabilmente che a Denver c’è una delle più importanti scuole di performing arts degli Stati Uniti. Simone potrebbe finire la sua specializzazione lì vivendo col suo amato Ernesto. D’altra parte Simone potrebbe partire senza neanche chiederti il permesso, essendo maggiorenne e guadagnandosi con i suoi spettacoli tanto da potersi pagare viaggio e sei mesi di soggiorno senza troppi problemi. Ma Simone è uno stronzetto mammone e vuole che Donna Laura gli accordi il suo sì”

Laura si girò a guardare fuori dalla finestra. Quei tre l’avevano spiazzata. L’avevano messa davanti al fatto compiuto in pratica. E a lei non dispiaceva neppure troppo, ma decise di continuare il suo gioco, almeno per un attimo. Quindi stette qualche minuto in silenzio a guardare fuori dalla finestra i gatti che passeggiavano nel cortile tra i motorini e gli studenti seduti sulle gradinate. Pochi minuti che ai tre uomini parvero un’eternità.

Si girò. Solenne come solo lei sapeva essere. Tornò a sedersi.

“Ok, lo concedo, ma ad una condizione”

Simone ed Ernesto si guardarono negli occhi, sorridendo si presero le mani. Massimo, accendendosi un’altra sigaretta guardo Laura e le fece un occhiolino, non visto dai due.

“Di’ pure mamma, mi va bene tutto”

“Andrete insieme a Denver, la tua scuola la pago io ma mi dovete promettere che… ” e si fermò.

“Che…?”, riprese Simone.

“Che cercherete la vostra felicità, ragazzi. È la cosa che ogni mamma spera per i propri figli.”

Quindi si alzò e andò ad abbracciarli. Simone aveva gli occhi lucidi e aveva quasi perso la parola. Ernesto era frastornato. In pochi minuti aveva fatto coming out e aveva visto le sue competenze di docente confermate.

Massimo nel frattempo, approfittando della confusione che si era creata, era sparito.

Simone provò a cercarlo sul telefonino ma risultava irraggiungibile. D’altra parte era a piedi pensò. O forse no? Non trovava le chiavi dello scooter, porca miseria.

Mentre stava appunto pensando questo gli squillò il telefonino; Massimo era di nuovo raggiungibile.

“Dove sei? hai tu le chiavi dello scooter vero?”

“Sì, le ho io. Di’ a Laura e ad Ernesto di scendere in cortile, c’è una sorpresa per loro”

Simone li avvisò della cosa e con lo storico ascensore in vetro e ferro battuto scesero nel cortile. Ad accoglierli c’erano tutti i ragazzi del corso di sintesi organica con striscioni arcobaleno coriandoli e stelle filanti. Nel giro di pochi minuti Massimo era riuscito ad organizzare una piccola festa ed aveva usato lo scooter per andare a compare alcune bottiglie di spumante che aveva messo a rinfrescare nel ghiaccio secco per far prima.

Laura quel giorno non rientrò in laboratorio, ma festeggiò felice la partenza del figlio e dell’uomo che egli amava. Massimo le si avvicino e le sussurrò all’orecchio “Cosa ti stavo predicando da mesi? Doveva trovare l’occasione per dirtelo e sono felice che abbia scelto me”

“Ed io che non volevo crederti. Guardali, come sono felici.”

“Già. A proposito, adesso che Ernesto parte, finché non trovi rimpiazzi che ne diresti se ti dessi di tanto in tanto una mano. Rivedere il vecchio lab col suo odore di acetato di etile mi ha fatto tornare la voglia di sporcarmi le mani ad insegnare ai ragazzi il mestiere”

“Sei sempre il benvenuto, anche perché fosti tu ad andartene per lavorare con i privati, smania di soldi e ne hai fatti, vero?”

“Tanti. Il laboratorio è mio da almeno quattro anni. Ma fanno tutto i ragazzi, io passo solo a verificare i contratti e firmare assegni e cambiali. Quando non lo fa il commercialista per me. Mi manca il contatto con chi arde per imparare.”

“Tra due settimane mi serve qualcuno per una esercitazione su una pirrolidina, la tua tesi. Che ne dici?”

“Affare fatto. Alle nove sono in lab.”

Simone ed Ernesto nel frattempo si erano dileguati. Laura guardò il telefonino e vide un messaggio whatsapp “Aiuto Ernesto a fare la valigia stasera non aspettarmi per cena. PS Massimo ha le chiavi dello scooter, fatti accompagnare da lui. Baci Momone”

“Lo stronzetto ha colpito ancora.” Gay-kiss-007

Donna Laura e i suoi tre uomini. Parte I

“Pronto, Massimo? Sono Simone!”

“Che tu sia Simone lo vedo dal nome sul cellulare e quanto è vero che mi chiamo Massimo appena ti vedo ti sgozzo. Come cazzo ti passa in testa di chiamarmi a quest’ora?”

“Hai risposto al primo squillo quindi né dormivi né stavi scopando”

“Cosa vuoi?”

“Fammi salire, sono sotto casa tua devo parlarti urgentemente.”

“Tanto urgente da volerne parlare alle due di notte? Ok, sei qua, sali”

Simone fece i gradini due a due. Massimo stava ad aspettarlo sulla porta, con lo sguardo torvo, ma anche preoccupato.

Simone, lo Stronzetto, come lo chiamava lui, era il figlio della professoressa Laura Zenesi, che lo aveva seguito per la tesi di laurea prima e per quella di PhD in seguito.  Più che una professoressa, un’amica. Massimo andava spesso in gita nelle valli con lei, appassionata di camminate e buona tavola, quanto lui.

Nessuno sapeva chi fosse il padre di Simone, ventiduenne tutto pepe, con i suoi amati baffettoni da hypster e le sue giacche di tweed indossate sui bermuda a scacchi. Una donna indipendente, Laura che aveva ottenuto la sua docenza in Norvegia, dove aveva lavorato per alcuni anni, pur di non piegarsi alle baronie dell’accademia italiana.

Simone arrivò trafelato.

“Entra dai. E dimmi.”

Simone riprese fiato, si accasciò sulla poltrona e con tono tra la domanda e l’affermazione disse – “Tu conosci, Ernesto?”

“Se intenti Ernesto Borgnero, certo. L’attuale ricercatore capo di tua madre. Una persona tutta casa e ricerca…”

Simone non lo lasciò finire di parlare

“E sesso selvaggio”

“E tu che ne sai? Con la sua ragazza può fare quello che gli pare.”

“Peccato che da sei mesi la sua ragazza, come dici tu, sia io”

Massimo per poco non gli sputò in faccia il tè freddo che stava bevendo.

“Scusa, ma parliamo della stessa persona? Ernesto gay? Me ne sarei accorto, insomma non per nulla mi sono scopato i 3/4 dei professori, ricercatori ed assegnisti del dipartimento prima che aprissi il laboratorio. Ed Ernesto non ha fatto scattare mai il mio radar”

“Massimo, tu sei su Grindr, giusto?”

“E non solo.”

“Ok, allora cerca Diels79”

Massimo aprì la app e cerco il nick indicato da Simone.

La foto diceva poco, il volto era sfumato, ma i tratti erano effettivamente quelli di Ernesto.

“Quindi tu e Ernesto vi frequentate?”

“No, essenzialmente facciamo sesso. Poi mi sono innamorato di lui. ”

“Bravo, sono contento per te. E per dirmi che ti porti a letto Ernesto mi vieni a scassare la minchia alle due di notte? Sono troppo stanco per ucciderti. Lo rimando a domani mattina”

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“Forse la morte sarebbe la soluzione ideale. Mia madre vuole che Ernesto vada ad insegnare a Denver. Dovrebbe partire tra meno di una settimana.”

“Ed io cosa cazzo posso fare per te?”

“Convincere mia madre, semplice. Ernesto non deve partire. E so che tu hai un notevole ascendente su di lei”

“Tu non sei stronzetto – gli urlò Massimo – Tu sei uno stronzo gigante… Ma ti rendi conto? Vorresti rovinare la carriera di Ernesto semplicemente per soddisfare la tua possessività? Io non partecipo al tuo giochino, fottiti Simone”

“E allora convincila a far partire anche me. A Denver c’è un’importante scuola di Arte e Design. Potrei frequentarla e stare vicino ad Ernesto!”

“Questo mi piace molto di più. Ma a quest’ora io non chiamo tua madre. Domattina andiamo da lei in laboratorio e le parlo io”

“Grazie, Massimo. Sapevo di poter contare su di te”

“Troverò il modo di fartela pagare, stronzetto. Intanto andiamo a letto. E comunque tua madre è un magnete per i finocchi. Il figlio, l’ex capo ricercatore, l’attuale capo ricercatore ed almeno un terzo dei maschi che hanno frequentato i suoi laboratori di sintesi organica”

“Dormo sul divano?”

“Mettiti a letto con me. Tanto non ti toccherei nemmeno con un bastone da trenta centimetri”

“Non sono trenta centimetri, a stento venticinque… ”

“Stronzo e scemo” fece Massimo ridendo.

Al mattino dopo Massimo si alzò relativamente presto, attorno alle nove, e preparò un’abbondante colazione. Andò a svegliare Simone e gli disse che poteva trovare della biancheria pulita nel primo cassetto del mobile del bagno.

Simone si lavò e poi mangio con gusto i pancakes che Massimo aveva preparato. Un bicchiere di succo d’arancia e via.

“Vieni con il mio scooter, vero Massimo?”

“Che dici ci regge in due? Io non sono così magro”

“Ci regge, ci regge, sta tranquillo”

Indossarono il casco e partirono in direzione del dipartimento.

[…]

Tutta colpa di Wolframio (II parte)

Fabrizio accettò l’invito per il tè ed attraversò la soglia.

L’appartamento di Valentina era piccolo, ma arredato con estremo buongusto. Acquerelli alle pareti, un paio di stampe, un fascio di tulipani ad illuminare l’ambiente.

Si misero seduti al tavolo della cucina-soggiorno e Valentina versò il tè dal bollitore di vetro.

“Allora, come va con il tuo nuovo fidanzato, Fabry?”

“Chiamarlo fidanzato è un’esagerazione. Ci siamo visti un po’ di volte e siamo usciti a cena. La settimana scorsa poi si è fermato a stare da me”

“Già, quando al mattino stava andando via ha avuto anche lui il suo incontro ravvicinato con Wolframio”

Fabrizio sorrise ed accostò la tazza alle labbra.

Era seduto di fronte alla porta finestra che si apriva su un balconcino colmo di piante in fiore, intorno alle quali svolazzavano api e farfalle.

“E con Monica?” chiese lui. “Come sta andando? Oramai è un po’ che vi frequentate.”

“Sei mesi. Sei stupendi mesi. Dopo che Claudia mi aveva lasciato non avevo molta voglia di iniziare una nuova relazione. Paura e rabbia. D’altra parte eravamo assieme da quasi tre anni e stavamo progettando anche di vivere insieme. Volevamo acquistare l’alloggio accanto e ristrutturare il tutto. Pensa avevo già preso informazioni per un prestito. Poi la doccia fredda. Ma meglio che sia andata così.”

Valentina mangiò un piccolo biscotto poi riprese.

“Monica l’ho incontrata casualmente all’uscita dell’Auditorium. Eravamo andate lì per un recital di musica e poesie. Ci siamo viste, ci siamo annusate e lei mi ha chiesto se volessi andare con lei a prendere un gelato, visto che era ancora presto. Non avevo troppa voglia di rientrare a casa e l’ho accompagnata. Tre ore di chiacchiere e confidenze e la scintilla è scoccata subito”

Wolframio, acciambellato sulla vecchia poltrona in vimini, continuava a guardarli.

Fabrizio abitava nel palazzo da una decina di anni. L’appartamento gli era stato segnalato da un amico e a lui era piaciuto subito.

Valentina invece abitava lì da sempre. I suoi genitori erano i proprietari dell’intero palazzo. Poi l’incidente e la necessità di vendere quasi tutto per pagare le cure.

Ci aveva quasi rimesso la vita in quel maledetto incidente. Investita sulle strisce da un pirata della strada mentre stava andando in Conservatorio per tenere un concerto. Sbalzata di venti metri. L’autista sparito. Lei sei mesi di coma. I medici del Traumatologico ritenevano che non si sarebbe mai ripresa, le lesioni apparivano troppo gravi. Ma Carlo e Alberta, i suoi genitori non si erano arresi ad una tale sentenza e avevano fatto trasferire la figlia in una struttura privata svizzera. Neurologi prima e fisioterapisti poi avevano permesso il miracolo. Valentina non solo era uscita dal coma ma aveva quasi totalmente ripreso ad essere autonoma. Solo la lesione ai tendini del braccio sinistro non erano riusciti a sistemare, erano troppo lacerati. Questo non impediva però alla donna di vivere tranquillamente la sua vita.

Si guardarono e Valentina scoppiò in una sonora risata.

“Il frocio obeso e la lella sciancata”, disse tra le risate, “certo che siamo davvero la strana coppia, noi due”

Fabrizio scoppiò a sua volta a ridere. Con Valentina era stato affetto a primo sguardo. Si alzò, si avvicinò a lei e accarezzandole i lunghi capelli biondi le baciò la fronte.

“Ora vado. Grazie ancora per il tè ed i deliziosi biscotti. Buonissimi, come al solito. Vado in cortile a rilassarmi e a leggere questo copione. Finalmente hanno deciso quale spettacolo mettere in scena il prossimo autunno i ragazzi”

“Grazie a te, Fabrizio. Quando vuoi la porta di casa è sempre aperta per un amico.”

Wolframio, sonnacchioso, miagolò il suo saluto, senza neanche degnarsi di alzarsigatto-nero dalla sua poltrona.

[segue]

Tutta colpa di Wolframio

Fabrizio stava scendendo, con la sua solita flemma, le scale che dal suo piccolo appartamenti da single, all’ultimo piano di un palazzo di metà Novecento appena fuori dal centro della città, portano al verde ed alberato cortile interno.

Come spesso accadeva arrivato al secondo piano viene a sbarrargli il passo Wolframio, il gattone nero di Valentina. Il felino si avvicina sornione ed inizia a strofinarsi, facendo le fusa alla gamba di Fabrizio.

Intanto, Valentina si era affacciata sulla porta, avvolta nella sua vestaglia a grandi fiori….

“Gradisci un tè, Fabrizio?”

Valentina e Fabrizio. Nel palazzo corrono strane voci su di loro.

black-cat-on-striped-sheetFabrizio è un impiegato, ma nessuno sa bene cosa faccia e dovi lavori, pare nella prima cintura. Le quote condominiali sono comunque sempre pagate con regolarità e questo basta a chiudere la bocca alla gente.

Valentina è una violoncellista. La sua brillante carriera da concertista era stata stroncata da un terribile incidente qualche anno prima. Adesso si guadagnava da vivere dando lezioni private di violoncello e solfeggio ad annoiati ragazzini, figli di possessori di ville sulla collina.

[segue]

Appunti per un racconto

La festa di piazza era finita ed erano rimaste lì le catene di lampadine colorate sotto le quali Giorgio e Paolo avevano tentato di ballare, ridendo come pazzi della loro legnosità.

Quando più o meno tutti sono andati via Paolo bacia Giorgio con la delicatezza con cui solo chi ama sa baciare. E poi di corsa su per le scale verso il palazzo in cui abitano da anni, amati e rispettati da tutti nel quartiere….

[segue]4141d84f079f07bcebb9222209405f0f